Althea si stava contorcendo le mani dall’agitazione. Era da almeno venti minuti sotto casa di Genevieve: quella sera avrebbe conosciuto i genitori della sua fidanzata e l’ansia era davvero tanta. Aveva paura di non piacere per via della sua pelle. Controllò l’ora: le lancette segnavano le otto precise. Scese dall’auto, si strinse nel suo cappotto e, a passo svelto, si diresse verso l’ingresso, suonò il campanello.

“Ciao, tesoro” la salutò Genevieve con un sorriso rassicurante.
I capelli biondi erano legati in una morbida treccia … anche così era bellissima, pensò tra sé la ragazza di colore. Si accomodarono nella sala da pranzo dove, ad aspettarle, vi erano i genitori della bionda. La madre squadrò Althea dall’alto in basso, come se avesse di fronte un minuscolo essere insignificante. “Signora Bonnet, è un piacere conoscerla” la salutò lei, porgendole la mano.
La donna si limitò a sorriderle, senza ricambiare la stretta. Dopo i soliti convenevoli, si sedettero a tavola e cominciò la cena tra imbarazzanti silenzi e frasi forzate. Dato che i genitori non dimostravano alcun interesse a conoscere l’ospite, Genevieve prese l’iniziativa.
“Sai mamma, Althea adora leggere poesie …”
“Ah, sì? Quale poeta in particola? Saffo … forse?” si fece sfuggire la madre.
Dopo quella sparata, la ragazza di colore abbassò lo sguardo sul polpettone che le avevano messo nel piatto e si riempì la bocca con una grande forchettata. Genevieve notò l’irritazione della fidanzata, le posò una mano sul ginocchio per farle sentire tutto il suo appoggio. Althea cercò in qualche modo di superare quel duro momento facendo ora complimenti alle pietanze, ora all’arredamento della casa, ma non ottenne l’effetto che sperava, anzi, si sentì giudicata e fuori luogo. Non vedeva l’ora di andarsene lontano da quella gente ottusa e saccente.
Alle 22.00 fu servito il caffè, poi Althea trovò il modo per svignarsela e finalmente ritrovò un po’ d’aria fresca fuori dalla villetta, con l’umore a terra.
“Perché avete trattato così Althea?” sbottò Genevieve, dopo aver salutato la sua amata.
“Tesoro, stiamo cercando di accettare la tua omosessualità, ma ora… non puoi farci anche questo!” spiegò la madre.
“Figlia cara, avresti almeno potuto avvisarci … di quest’altro problema…” rincarò il padre.
La ragazza scosse la testa.
“Problema? Prepararvi a cosa? Al suo colore ambrato? Lei è la persona più giusta che abbia mai conosciuto. E’ entrata nella mia vita come un uragano e me l’ha completamente sconvolta. Grazie a lei ho imparato a non vergognarmi di ciò che sono, a non nascondermi, a dare sempre voce alle mie idee, alla mia creatività, alla mia fantasia. Con Althea mi sento bene, sono felice. Non esistono canoni, quando siamo insieme, non esistono regole, convenzioni, cose giuste o sbagliate, non esistono i bianchi o i neri, gli etero o gli omosessuali. Esiste solamente l’amore e il rispetto che proviamo l’una per l’altra. Mi dispiace che voi abbiate visto solo … un problema!”
I genitori rimasero sbigottiti da quelle parole ma, come altre volte, provarono a farle cambiare idea, a convincerla che sarebbe stato tutto molto difficile.
“Cara, finiamola con questi vaniloqui, pensi davvero di poter avere un futuro con … una negra?”sentenziò la madre.
Genevieve rabbrividì a quel termine. Spostò lo sguardo da sua madre a suo padre, ma quando vide l’uomo abbassare la testa, provò un senso di disprezzo.
Uscì da quella casa che non la apparteneva. Trovò la sua amata seduta su una panchina, stava fumando in compagnia dei suoi pensieri. Genevieve si accostò, sapeva che così sarebbe riuscita a placare il suo umore.
“Scelgo di seguire il mio cuore, Althea”
Si abbracciarono forte, si baciarono e si sussurrarono dolci parole. Non erano smancerie: era bisogno l’una dell’altra.

Andrea Vittoria Alfea Fritz, 1^C, 2017/2018